Ron Carter ammalia l’Auditorium con un’esibizione perfetta e coinvolgente Ovazione anche per Luca Filastro

Ron Carter 4Ron Carter ammalia l’Auditorium  con un’esibizione perfetta e coinvolgente Ovazione anche per Luca Filastro.

Da molto tempo Cremona non era teatro di una concerto jazz altrettanto entusiasmante: merito, ieri sera, della magia di Ron Carter e il suo Trio, ospiti del terzo concerto di Cremona Jazz 2015. In un Auditorium “Giovanni Arvedi” al completo il gigante del contrabbasso si è esibito con il pianista Donald Vega e il chitarrista Russell Malone. Cronaca di un successo annunciato: perfetta simbiosi dei tre musicisti, autentico trionfo di pubblico.
Vega è quel che si dice il pianista perfetto: mai invasivo, brilla nelle proprie parti e regala sonorità vellutate durante le sezioni concertanti o di accompagnamento; Malone – non è un caso che lo stesso Carter ricordi al pubblico la sua amicizia con il chitarrista preferito da Oscar Peterson – è il Jim Hall dei nostri tempi.
Carter non si è smentito, inanellando attacchi perfetti, unisoni metronomici e un vigoroso sostegno armonico-ritmico. Il contrabbassista americano suona con una sobrietà e una concentrazione disarmanti, facendo sembrare il dominio del voluminoso strumento un gioco da ragazzi. È un musicista, Carter, che si ascolta e si sente. Anche in ambito non acustico. Senza una simile ossatura anche la muscolatura più preparata e nervi più scattanti darebbero vita a movimenti molto meno incisivi.
Davvero eccezionali gli assoli dei tre strumentisti: Vega armonizza il medley fra My funny Valentine e Round Midnight con una sapienza tale da raccogliere l’eredità pianistica jazz degli ultimi sessant’anni; nella propria rivisitazione di Danny Boy (ballata irlandese conosciuta anche come Londonderry Air), Malone fa meraviglie, tessendo sopra una linea melodica semplice e ariosa una trama di accordi ingegnosi. Bellissima, affascinante. Da ricordare assieme a quella di Keith Jarrett, anch’egli ispirato trascrittore di questo brano. Last but not least l’isola (quasi) solistica di Carter, il quale cita la prima Suite per violoncello di Bach e il celebre Samba de Orfeu di Luiz Bonfá; brani perfetti per compendiare le qualità del suo stile: ritmica serrata, precisione e, quando serve, soffice pedale di sostegno.
Oltre agli standard c’è anche spazio per le composizioni originali: ecco l’intima e malinconica Candle Light – l’atmosfera regalata dal trio sarebbe davvero propizia al trèmulo bagliore di un lume di candela – e il recente Soft Winds, pezzo che dalle primissime battute sembra un omaggio alla davisiana So What. Applausi insistiti, premiati da un bis.
Le ovazioni non sono state da meno per il giovanissimo Luca Filastro, pianista che ha aperto il concerto del trio. Con un salto temporale all’indietro le talentuose mani di Filastro ci hanno trasportato nello stride di Fats Waller ed Earl Hines. Del primo autore Handful of keys ha strappato applausi a scena aperta, facendo diventare il musicista calabrese una sorta di Novecento, il simpatico protagonista del pianista sull’oceano. Per consacrare ancor di più le mercuriali e pirotecniche performance di Filastro mancava solo The finger Breaker, il celebre brano che nel libro di Baricco mette una pietra tombale sul duello fra Jelly Roll Morton e l’enfant terrible della tastiera. Anche Baricco avrebbe apprezzato.

Stefano Frati – www.mondopadano.it