Ron Carter: «Mi lascerò ispirare dalla magia di Cremona e dei suoi violini»

RCarter_Trio_2012_2 by Klaus Schielke«I think that the bassist is the quarterback in any group». «Penso che il bassista sia il quarterback del gruppo»: il contrabbassista Ron Carter, gigante del jazz che ascolteremo in trio martedì prossimo, insieme con il pianista Donald Vega e il chitarrista Vincent Malone nell’ambito di CremonaJazz, prende in prestito il linguaggio sportivo del football americano per descrivere la sua arte.

Il quarterback, figura poco conosciuta in Italia ma fondamentale nel football americano, può guidarci in una traduzione-parafrasi calcistica: “Il bassista è il regista di qualsiasi formazione”, l’uomo che detta i tempi e tiene il ritmo delle giocate per tutta la squadra.

Sul pensiero di Carter e sul linguaggio del contrabbasso ricordiamo altre parole del musicista nato nel Michigan: «L’espressione “emancipazione del basso” ha un risvolto in qualche modo negativo, viene da pensare che prima fosse incatenato. Io non mi sono mai sentito limitato in quello che ho cercato di suonare. Non ho mai avuto l’impressione di essere un bassista all’interno della sezione ritmica col compito di accompagnare un solista e che il mio ruolo fosse solo quello di essere “funzionale”…La musica in cui viene impiegato un basso elettrico è del tutto diversa da quella in cui si usa un contrabbasso: non si possono confrontare, come non si possono confrontare mele e arance. Io non credo che il basso elettrico possa contribuire all’evoluzione del contrabbasso».

Affermazione che riflette in parte il contesto musicale e culturale nonché il cursus honorum di Carter: un vero grande delle “note blu”, che ha punteggiato le tappe fondamentali del jazz: Miles Davis, Bill Evans, Herbie Hancock e Quincy Jones, nomi che farebbero tremare i polsi a qualsiasi musicista contemporaneo. Due anni fa i lettori della della rivista Down Beat – la bibbia del jazz e del blues – lo hanno inserito nella Hall of Fame, un vero e proprio pantheon delle sette note.

Abbiamo ottenuto con lui un breve colloquio, prima del suo concerto a Rochester (New York).
Maestro, cosa significa per Lei suonare nel Museo del Violino?

«Per prima cosa sono ansioso e curioso di visitare la collezioni di strumenti antichi. Sento su di me la storia che circonda questo luogo. Mi piace pensare che le note suonate dagli altri musicisti in questo auditorium siano ancora sospese dell’aria. Non vedo l’ora di aggiungere le mie».
Il suo concerto cadrà appena prima della giornata del jazz, considerato dall’Unesco come patrimonio dell’umanità. Cosa ne pensa?

«Innanzitutto che il jazz sia una musica piuttosto difficile da eseguire o comporre, almeno ad alti livelli. Nel panorama mondiale non sono moltissimi che possono essere ambasciatori di questo linguaggio. La qualità principale in ogni tipo di musica penso risieda nella carica di umanità e pace.

Dopo una carriera così lunga e intensa la sua capacità di coinvolgere il pubblico – anche i più giovani – è rimasta inalterata».

Esiste un segreto per questo successo?

«Lavoro duro e una forte disciplina. Se poi dovessi citare la componente legata all’estro c’è anche una componente emozionale costante: i luoghi che visito durante i miei concerti sono una forma di ispirazione e penso che tale ispirazione si riversi nelle mie esecuzioni. Le quali, in un certo senso, raccontano anche gli umori che vivo in questi luoghi».
I due musicisti che accompagnano Carter, dando vita al Goden Strike Trio, sono anch’essi figli del cosiddetto cool jazz, la corrente più classica di questo genere musicale.

Di origine nicaraguense Donald Vega si è formato alla Manhattan School of Music e alla Juilliard School dove ha studiato con un Kenny Barron. Russel Malone, autodidatta, ha cominciato a suonare influenzato da B.B. King e i Dixie Hummingbirds. L’esperienza musicale che più incide sui gusti e le aspirazioni di Malone arriva all’età di dodici anni, vedendo George Benson esibirsi in televisione con Benny Goodman.

Stefano Frati

da Mondo Padano del 24 aprile