«Tra i miei modelli includo le tre “B”»

 

Sfida impossibile: descrivere Brad Mehldau attraverso tre album. Ci proviamo. “After Bach”, nel
quale il compositore di Eisenach viene riletto attraverso un prisma capace di scomporre e ricomporre il Clavicembalo ben Temperato con i “gesti” di Bartok, Shostakovich e Berg; “Nearness”, con Joshua Redman al sassofono e uno qualsiasi dei quattro volumi di “Art of the Trio”. Sono dischi di “jazz al cubo”, sicuramente fra i più incisivi e interessanti registrati negli ultimi vent’anni. Il pianista di Jacksonville è ospite, martedì prossimo, 14 maggio, (ore 21), dell’Auditorium Giovanni Arvedi: insieme con Larry Grenadier al contrabbasso e Jeff Ballard alla batteria formeranno un trio d’eccezione per il secondo appuntamento di CremonaJazz. Parliamo del concerto al Museo del Violino con l’eclettico strumentista.

Maestro, vorremo iniziare partendo da “Three pieces after Bach”, uno dei suoi lavori più recenti. Si ha l’impressione che le sue improvvisazioni sul “clavicembalo ben temperato” sorgano da una riflessione molto meditata.

L’ascoltatore ne rimane affascinato: le sue riarmonizzazioni regalano al testo di Bach una seconda vita, senza banalizzarla. È tutto improvvisato o esistono parti scritte? In entrambi i casi è notevole l’assoluta coerenza di queste parafrasi. Pensa che Bach, così come altri musicisti del repertorio “classico”, abbiano plasmato il suo atteggiamento alla composizione?

«Grazie, innanzitutto, per aver prestato attenzione a questo lavoro. L’incisione di “Three pieces after Bach” è un ibrido: due brani originali ‐ due Preludi ‐ seguiti da due mie rielaborazioni, senza alcuna improvvisazione. Queste composizioni fanno parte di un lavoro che mi è stato commissionato e che ho eseguito l’anno scorso. Un terzo brano, insieme ad altre pagine originali di Bach, dovrebbe apparire nel prossimo disco. Il resto dell’incisione procede per accoppiate: un brano originale, seguito da una improvvisazione. In questo caso non c’è nulla discritto a tavolino. Una cosa che non ho mai fatto ‐ e che non farò ‐ è quella di “jazzare” Bach. Non credo sia positivo aggiungere qualcosa ad un’Arte che si manifesta già in modo perfetto».

Nel suo Blog ha scritto diversi saggi: “La creatività in Beethoven e Coltrane”, in particolare, è piuttosto vasto. Ci risulta impossibile, ovviamente, sintetizzare un lavoro così denso. Ci piacerebbe, però, accendere la scintilla della curiosità nei nostri lettori. Quali sono, a suo avviso, i pezzi o gli autori della tradizione colta che consiglierebbe ad un giovane musicista jazz? Anche ad un musicofilo, amante del jazz, ma con poca frequentazione di altri repertori.

«Ognuno predilige e consiglia sempre ciò ama, sia che si tratti di un brano o di un compositore. I miei modelli sono eterogenei: includerei certamente le tre “B”, Bach, Beethoven e Brahms. Ma anche Schumann, Schubert, Mahler, Strauss e Fauré.
Fra i compositori del Novecento più tardo Shostakovich è un autore che mi ha sempre interessato e, per alcuni versi, influenzato».

Il suo repertorio include riarrangiamenti di Paul Simon, dei Radiohead e di Jimi Hendrix. Durante il concerto di Cremona intende riprenderli o si orienterà più verso gli Standard?

«Abbiamo la fortuna di poter attingere a un repertorio molto ampio, includendo anche i pezzi originali scritti per questo organico. Fra noi c’è un notevole affiatamento, visto che suoniamo assieme da molto tempo. Per questo motivo non siamo soliti non seguire fedelmente una scaletta preordinata. Variamo molto i programmi. Probabilmente suoneremo almeno un brano tratto dal nostro ultimo disco, “Seymour Reads The Constitution”».

 

Scarica qui l’articolo completo scritto di Stefano Frati su Mondo Padano